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E’ difficile aprire un barattolo o girare la chiave nella serratura? Potrebbe essere rizoartrosi

Difficoltà a rimuovere il coperchio di un barattolo, togliere il tappo da una bottiglia, girare la chiave nella serratura sono solo alcune delle limitazioni causate da quella che si definisce rizoartrosi. Si tratta di una patologia degenerativa che colpisce la base del pollice nella regione anatomica compresa tra le ossa del primo metacarpo e del trapezio.
La rizoartrosi si manifesta con dolore a riposo e durante la pinza fino all’impossibilità a svolgere le attività più semplici, colpisce soprattutto la popolazione femminile, ma anche i maschi lavoratori manuali e si manifesta tipicamente intorno ai 50 anni, oppure in età più precoce nel caso di instabilità dell’articolazione interessata o in quei pazienti che hanno una particolare lassità legamentosa. Globalmente la prevalenza della rizoartrosi è stimata attorno al 15-25% delle donne in post-menopausa ed aumenta con l’età, con evidenza radiografica che aumenta dal 6,6% negli individui di età compresa tra 40 e 49 anni al 36,4% negli individui di 80 anni di età. Colpisce più comunemente la mano non dominante ed è sensibilmente già frequente nelle donne con un rapporto di circa 15 a 1 rispetto agli uomini.
Esistono diversi livelli di gravità che si determinano mediante un semplice esame radiografico; il medico chirurgo specialista della mano della Clinica San Francesco Enrico Carità ne ha descritto le caratteristiche e soprattutto ha consigliato i trattamenti da seguire.

Che cosa è la rizoartrosi e come si manifesta?

“E’ una patologia che si sviluppa a seguito del consumo di cartilagine presente nell’articolazione alla base del pollice e, man mano che questa si consuma, inizialmente si riduce lo spazio tra il primo metacarpo e il trapezio, poi si deformano queste due ossa dando origine a degli osteofiti, ovvero dei becchi ossei che alla lunga determinano dolore, limitazione del movimento e perdita della forza di presa e di pinza del pollice”.

Diversi livelli di gravità per questo tipo di artrosi, quali sono i trattamenti indicati?

“Esistono appunto diversi livelli di gravità di questa patologia che si possono riconoscere mediante una semplice radiografia. Per i livelli di gravità più bassi sono consigliati i trattamenti conservativi come l’utilizzo di splint termoplastici, terapie antalgiche, onde d’urto oppure trattamenti infiltrativi con acido ialuronico o cortisonici per lubrificare o diminuire l’infiammazione articolare. Tra i trattamenti infiltrativi si sta utilizzando sempre più spesso l’innesto di tessuto adiposo autologo. Questa ultima metodologia ci sta dando tanti buoni risultati sopratutto in una fase iniziale della malattia, infatti, negli stadi in cui la situazione cartilaginea non è ancora troppo compromessa, il tessuto adiposo ha un’ottima efficacia nella riduzione dell’infiammazione con un’azione ringiovanente l’ambiente articolare e il tessuto sinoviale. Infine, per gli stadi avanzati della malattia, dove la cartilagine è ormai esigua si deve necessariamente intervenire con un’operazione chirurgica”.

In cosa consiste l’intervento chirurgico?

“Non esiste soltanto una tipologia di intervento chirurgico per risolvere questo tipo di problema e si può intervenire in diversi modi diversi, dalle tecniche artroscopiche alle tecniche più invasive nelle quali si asporta parte o tutto il trapezio e lo sostituisce con un tendine oppure impiantando una protesi.
Il primo è un trattamento (quello artroscopico) ha indicazioni piuttosto selezionate, il secondo prevede appunto l’asportazione dell’osso trapezio e il supporto o sospensione del metacarpo con un tendine che viene organizzato come se fosse un’amaca per sostenere il pollice. Togliendo il trapezio, che è alto circa un centimetro, si perde la superficie d’appoggio del pollice e, per evitare il collasso di quest’ultimo che comporterebbe instabilità, deficit di forza e dolore, si costruisce un sostegno realizzato appunto, con una porzione di un tendine che non crea disagi e viene prelevato dall’avambraccio.
Per quanto riguarda il terzo trattamento, da qualche tempo abbiamo utilizzato l’impianto di protesi per far fronte agli stadi più avanzati della patologia e alle esigenze funzionali più complesse. La protesi di articolazione trapezio-metacarpale ha il grosso vantaggio di avere una stabilità immediata che consente al paziente un recupero immediato della mobilità e della forza del pollice minimizzando la fisioterapia e i tempi per di recupero funzionale. L’intervento tradizionale, invece, per essere efficace ha bisogno di tempo affinché si stabilizzi il tessuto che va a colmare lo spazio del trapezio asportato e per questo necessita di immobilizzazione per circa tre settimane, di una riabilitazione di un paio di mesi, e del tempo fisiologico affinché si sfiammi la cicatrice, si parla mediamente di quattro-sei mesi per recuperare la mobilità e di 6 mesi per la forza presa e di pinza del pollice. Una volta giunti al termine del recupero, con il trattamento tradizionale il paziente dimenticato di essere stato operato e non necessita di controlli, mentre dopo l’impianto di una protesi, come in tutti gli impianti, il paziente necessita di controlli periodici (annuali o ogni 2 anni) per monitorare l’evoluzione e l’eventuale usura delle componenti”.

Clinica San Francesco

La Clinica San Francesco è una struttura privata accreditata con il Servizio Sanitario Nazionale, specializzata in ortopedia e traumatologia e sede del CORE – Centro di Ortopedia Robotica Europeo.

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